Brutti, sporchi e cattivi con Ettore Scola

Stasera alle ore 21 presso Giovarti

Monteprandone – Uscito nel 1976 e vincitore a Cannes del premio per la miglior regia, Brutti, sporchi e cattivi, dopo la positiva prova di C’eravamo tanto amati, affresco storico che, in ben trent’anni di vita, segue la parabola di tre amici (Stefan Satta Flores, Vittorio Gassman e Nino Manfredi) attraverso delusioni, amarezza e nuove speranze, inaugura una nuova fase del cinema di Ettore Scola.

Un’anti-commedia all’italiana, o per lo meno una sua trasformazione, dove il centro della scena è messa una famiglia di straccioni, abitanto di una delle tante periferie romane, e umane, degli anni settanta. Originale è il punto di vista del regista sulla miseria ed il degrado, che fanno del film un misto di cinico realismo e deformazione grottesca.

Scola, autore complesso, che unisce gli elementi del cinema del Dopoguerra con un marcato impegno sociale e politico, smonta la figura del povero, per tanti versi distorta dalla retorica e dall’ideologia, in modo da restituircelo senza ipocrisie e paraventi, nella sua nudità di persona privata di una precisa dignità e incapace di riscattare un destino abbruttente che lo schiaccia.

E’ il caso della variopinta e chiassosa famiglia della pellicola e del suo goffo, dispotico, vendicativo patriarca, Giacinto Mazzatella (un formidabile e magnetico Nino Manfredi) che tratta i suoi consanguinei come bestie. Uomo spigoloso, egoista, legato alla “roba” (ha da parte un piccolo gruzzolo, di un milione di lire, da quando è rimasto orbo per un getto di calce) è l’esatta raffigurazione della massa dei perdenti che, a detta di Pier Paolo Pasolini, erano, essi stessi, responsabili della loro evoluzione, essendosi voluti far colonizzare e distruggere. (Roberto Ellero, Ettore Scola, Il Castoro, Cinema, 1995).

Il celebre scrittore friulano, anzi, avrebbe voluto per Brutti, sporchi e cattivi un finale ancora più duro, come nel suo Accattone (1961), ma basti la severa lettura di Scola, asciutta, senza lezioni o giudizi da dare. Qui il tragico – ecco la differenza con Pasolini e con i registi neorealisti – è temperato dal comico ed il finale, pieno di riflessioni sulle situazioni socio-economiche che portano tanta gente all’emarginazione, contiene un seme di rinascita (la ragazza in apertura del film nel finale è incinta).

Insomma, Brutti, sporchi e cattivi è il film di un attento sociologo e di un particolare moralista che non ha mai amato fare la morale.

 

Fonte: Pagina Facebook  “Tienimi un posto al cinema”

 

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