ITALIANO AUTOCTONO? CIBO DA DOVE VIENI?

Negli ultimi trent’anni sono entrati gradatamente alimenti, ricette e piatti stranieri anche da altri continenti

Negli ultimi trent’anni in Italia, sono entrati gradatamente alimenti, ricette e piatti stranieri anche da altri continenti, accolti favorevolmente dai nostri ragazzi come se fossero sempre esistiti e che hanno arricchito i banchi delle rivendite (mango dall’Africa ed America, avocado dall’America, crepes della Francia, couscous e il kebab dei Paesi Arabi, ecc.). I dati provenienti dalla ricerca di mercato informano che al giorno d’oggi il nostro sistema alimentare è divenuto globale e le coltivazioni straniere rappresentano il 69% della fornitura alimentare. Inoltre, è salito del 50% circa l’importazione del tonno e pesce spada spagnoli, del 22% quello del peperoncino indiano, del 60% di peperoni turchi e di oltre il 140% l’importazione di arachidi dalla Cina, anche con problemi di aflatossine, contaminazioni microbiologiche, presenza di metalli, ecc.. Ma tutto quello che mangiamo, a volte poco conosciuto, serve a tenerci in vita o costruire l’organismo e dalla genuinità, purezza e sicurezza delle sostanze ingerite dipende il livello di benessere mentale e fisico del nostro corpo. Esso, pur se in piccole dosi potrebbe non arrecare danno immediato, con il tempo l’accumulo di alcune sostanze può provocare fenomeni di tossicità anche molto gravi in quanto il nostro organismo non è più in grado di eliminare le tossine introdotte (metalli pesanti, fitofarmaci e loro metaboliti). Quello che più ci sorprende è il constatare che i prodotti di importazione più incriminati sono quelli ritenuti di largo consumo e quindi con presenza molto frequente sulle nostre tavole. In questa lista nera redatta dall’associazione dei produttori per irregolarità riscontrate, troviamo per primi i cavoli cinesi cui segue il prezzemolo vietnamita, il basilico indiano, le melanzane dell’India ed il peperoncino proveniente dalla Thailandia. Teniamo inoltre presente che mentre per alcune derrate l’etichetta deve contenere l’esatta provenienza, per i prodotti lavorati non vi è una specifica norma a certificare l’origine dei singoli ingredienti, come se chi vende le ali di pollo arrostite non è obbligato a rivelare la provenienza di: rosmarino, aglio, olio e sale. In ultima analisi, molti prodotti che finiscono sulle nostre tavole, possono risultare contraffatti o addirittura nocivi, mentre l’Italia è leader nei controlli riguardo alla tracciabilità ed etichettatura. Le autorità europee obbligano per tanti alimenti l’indicazione in etichetta del produttore o distributore ed alcuni dettagli circa il luogo e modalità di produzione; si ritiene importante che ogni massaia, prima di acquistare riservi qualche secondo alla lettura delle etichette o si informi della provenienza dell’alimento. Nel mondo, il ricorso improprio a denominazioni geografiche che si rifanno all’Italia per facilitare l’acquisto di prodotti non italiani, fenomeno che gli esperti chiamano “italian souding” e che permette di ridurre fortemente il prezzo dei prodotti di imitazione, crea una sfavorevolissima confusione ai danni dell’export delle nostre aziende. Nelle nostre campagne, il sudore della fronte ed il rispetto delle norme di sicurezza, costituiscono un costo vero che va giustamente remunerato mentre è doveroso non facilitare la vendita a chi fa profitto attraverso l’inganno, il lavoro nero ed il disconoscere ogni norma a tutela della salute del lavoratore e del consumatore.

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