Europa-Usa, in arrivo super-dazi per l’export agroalimentare?

A scatenare la minaccia di Washington la mancata apertura del mercato europeo alla carne bovina americana. Anche altri settori, però, rischiano di essere messi in forse.

Una vecchia storia di carne, ritornata al centro della vertenza per la terza volta nell’arco di 19 anni, ma che nulla ha a che vedere con gli ormoni (bensì più prosaiche quote di mercato), rischia di affossare una parte dell’export agroalimentare dall’Europa agli Stati Uniti. In base a un documento depositato il 28 dicembre 2016, Washington minaccia di inserire dei super-dazi, pari al 100% del prezzo, su 90 prodotti stranieri, provenienti dall’Unione europea. Una sorta di “ritorsione” autorizzata dall’Organizzazione mondiale del commercio, in base al presunto blocco operato dall’Ue all’ingresso della carne di manzo a stelle e strisce. Nel mirino ci sarebbero stati, ma solamente in una prima fase (nell’anno del Signore 1997), gli ormoni, che gli allevatori Usa giurano di non utilizzare più e che, comunque, sono proibiti nell’Unione europea. Doverose premesse, per delineare i confini della tenzone. L’altro aspetto da mettere immediatamente sul tavolo è un altro, soprattutto per non esacerbare animi che, quando si parla di Trump, partono subito lancia in resta: si tratta al momento di ipotesi, non ancora operative. Altro elemento chiave: la data del documento con cui l’ufficio del rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (Ustr) chiede l’adozione di super-dazi su alcuni prodotti europei. Si presti attenzione: 28 dicembre 2016. Per nulla banale. A fine dicembre, infatti, l’inquilino della Casa Bianca era ancora Barack Obama, non Trump. La proposta, dunque, arriva dalla sua amministrazione, quando le sorti elettorali si erano già infaustamente compiute per il Partito democratico. L’insediamento di The Donald è avvenuto, tra scontri, disordini e proteste, il 20 gennaio 2017, tre settimane dopo. In cauda venenum, verrebbe da dire. Un altro aspetto da sottolineare per definire meglio la vicenda, riguarda l’entità dei dazi, che non potrebbe superare come misura punitiva un valore pari a 116 milioni di euro. Così dice il Wto. E nemmeno è detto che si arrivi all’applicazione di questi super-dazi. A scatenare il casus belli sarebbe, come altre volte in passato, la carne bovina americana. Ma nulla a che vedere con gli ormoni. Secondo i farmers americani, l’Europa non avrebbe acconsentito all’apertura come concordato del mercato, avendo preferito l’importazione di prodotto dal Sudamerica. Non dimentichiamo che l’Unione europea sta negoziando a livello internazionale i trattati di libero scambio con il Mercosur. Incassato il gran rifiuto di Washington a sottoscrivere il Ttip, l’Accordo transatlantico di libero scambio, è logico che Bruxelles cerchi di lisciare il pelo all’America Latina, concedendo sbocchi privilegiati per i propri prodotti. Ma anche qui non andrebbe sottovalutato che la Francia (e non è l’unico paese comunitario) ha già sollevato rimostranze sulla volontà di aprire varchi più ampi dal Brasile, dall’Argentina e dall’Uruguay. Solo il recente scandalo della carne adulterata in Brasile, che di fatto ha portato alla chiusura delle frontiere di Ue (e persino della Cina), potrebbe giocare a favore di un riequilibrio. Lo scontro nasce proprio dal mancato rispetto di un’intesa di importazione di un quantitativo predefinito dagli Usa all’Ue di carne di manzo. Gli ormoni vietati erano e vietati restano. E i protezionisti, lo ha ribadito Giovanna Maglie su Dagospia, forse l’unico sito italiano di informazione che aveva previsto con largo anticipo la vittoria elettorale di Trump, non sono gli americani, ma gli europei. Gli Usa, col beneplacito dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), hanno la facoltà, non l’obbligo, di introdurre dazi pari al 100% sui prodotti europei, ma pari alla stessa cifra di cui lamentano l’infrazione. Dunque: 116 milioni di euro è la quota di manzo americano e su importazioni pari a 116 milioni di euro possono applicare i dazi fino al 100%. Certo, i super-dazi potrebbero arrecare un danno molto ampio della cifra per la quale potrebbero trovare concreta applicazione, qualora venisse adottato da Washington un sistema di sanzioni “a rotazione”, finalizzate e cioè a colpire gruppi differenti di prodotti. Sulla vicenda è intervenuto anche il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che ha dichiarato che “la qualità non ha frontiere”, e che “i dazi, i protezionismi, le chiusure non possono essere barriere in grado di mettere freni o muri”. Secondo un’opinione che si è diffusa in maniera fulminea, il settore dell’agroalimentare rischia di pagare un conto molto salato. Questo a patto che non si tenga conto che la sanzione porta con sé i limiti di cui si accennava prima. I volumi di export dall’Italia agli Usa in chiave agroalimentare sono pari a 3,8 miliardi di euro cioè il 10,2% delle nostre esportazioni totali nell’agroalimentare. Ma non c’è solamente l’alimentare a essere messo in forse. Accanto a prosciutti, salami, cioccolato, acqua minerale (non il vino), a farne le spese con una tassazione pari al 100% sarebbero anche i motori di piccola cilindrata, il cui settore pesa 182 milioni di euro, oppure i tessuti in viscosa e Rayan, i filati contenenti almeno l’85% di fibre artificiali non destinati alla vendita al dettaglio, che rappresentano il 10,4% delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, dunque lo 0,2% in più rispetto all’alimentare. La parola fine, però, non è ancora stata scritta.

Fonte: Agronotizie         

Autore: Matteo Bernardelli

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